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Articolo
pubblicato sul mensile JESUS - Settembre 2009 La legalità ha l’aroma dell’origano biologico e il profumo dei ciliegi; il gusto genuino della busiata, riccioli di semola lavorati a mano, e delle cassatelle di Salemi, pasta fritta dal cuore dolce di morbida ricotta. Ha il sorriso franco e le braccia energiche di Lucia e Annamaria, che curano la cucina in questo angolo di campagna strappata al patrimonio mafioso. Il turismo rurale Al Ciliegio è una delle tessere del puzzle di attività che, dal 2001, la Fondazione San Vito sta realizzando nella diocesi di Mazara. Nata come braccio operativo della Caritas, dipendente direttamente dal vescovo, la onlus sta lavorando in molti settori, il più delicato dei quali è appunto quello del recupero dei beni confiscati alla criminalità organizzata. Così una villetta nella zona balneare di Tonnarella a Mazara, dove probabilmente un tempo si tenevano i summit dei capiclan, oggi è diventato un centro sociale; e un appartamento a Marsala dove risiedeva una famiglia "d’onore" è stato trasformato in una mensa per i poveri.
L’ultimo progetto in ordine di tempo risale allo scorso mese di luglio, e prende il nome di "Seminiamo la legalità": grazie anche al contributo della Fondazione Vodaphone Italia, l’iniziativa utilizza circa dodici ettari di terreni confiscati alla mafia e «propone un modello didattico per i temi riguardanti la legalità e la salvaguardia dell’ambiente», dice don Francesco Fiorino, presidente della Fondazione e direttore della Caritas diocesana. In contrada Pileri a Castelvetrano, vicino al parco archeologico di Selinunte, l’azienda agricola della Onlus coltiva origano biologico e ha realizzato degli spazi attrezzati, con 25 posti letto e servizi per l’accoglienza di campi scuola, famiglie e gruppi organizzati. E in località Fiumelungo di Salemi, al posto del vecchio fabbricato rurale del boss locale, oggi sorge Al Ciliegio, una palazzina bianca su due piani: nel ristorante da circa 30 coperti alle pareti piatti di ceramica marsalese, in esposizione vini siciliani, e in cantiere «un centro polivalente per incontri e seminari con scuole e gruppi, e un percorso naturalistico didattico», dice don Fiorino, indicando i ciliegi, le aree dove sorgerà il frutteto e il camminamento tra antichi alberi di Sicilia, carrubi e azzaruoli, per un’azienda che oggi dà lavoro a sette persone. La scelta di richiedere in gestione beni confiscati, racconta don Fiorino, viene da lontano: dal documento dei vescovi italiani Educare alla legalità e dal rispetto della Costituzione italiana: «Crediamo nella pedagogia dei fatti: bisogna educare indicando percorsi concreti, mostrando la fattibilità di alcune cose, anche se richiedono grande impegno». In un territorio «infangato dalla criminalità organizzata, dove i capimafia vivono di coperture, fatte da una rete di collaborazioni e di omertà, dove i simboli sacri vengono usati per fini contro la persona, è importante dare segnali chiari, dire da che parte si sta. I silenzi sono tanti, troppi. Anche nelle nostre chiese», dice don Fiorino. «I vescovi siciliani dovrebbero intervenire di più e in maniera adeguata alla situazione: se la mafia tocca livelli dentro le istituzioni, va detto. "Bisogna essere credenti e credibili"», dice, citando il giudice Rosario Livatino. «Anche nelle parrocchie è difficile far passare il discorso della legalità», aggiunge Vittore Saladino, sottoufficiale dell’Aeronautica, padre di due bambini e volontario della Fondazione. «È un discorso culturale, a volte si ha anche paura a dire che la mafia esiste». Proprio per questo la Fondazione sta proponendo alle parrocchie di fare delle giornate di lavoro per conoscere i progetti realizzati nei beni confiscati: «Il rischio, infatti, è che queste esperienze vengano pensate da pochi e restino patrimonio di pochi», commenta Vilma Angileri, imprenditrice agricola, segretaria del Consiglio pastorale diocesano e membro del direttivo della Fondazione.
Se la richiesta di affidamento dei terreni non è molto appetibile, per la difficoltà e i costi di gestione che comporta, più facilmente utilizzabili sono gli immobili in città. Alla periferia di Marsala, per esempio, al secondo piano di una palazzina dove un tempo abitava un mafioso, oggi c’è una mensa per i poveri. «Quando abbiamo iniziato pensavamo non ce ne fosse bisogno. La mensa voleva essere un pretesto per incontrare chi era più ai margini. E invece abbiamo colto un bisogno reale», raccontano Biagio Giacalone e Aniello Esposito, volontari della prima ora. La piccola mensa, unica realtà nel suo genere a Marsala, negli anni è diventata per la Fondazione un ponte per arrivare ad altri tipi di disagio e seguire, per esempio, alcuni ospiti del carcere cittadino: «Cerchiamo di ascoltare e di dare una mano per risolvere piccoli problemi molto concreti, come portare biancheria pulita. Le situazioni più disperate sono quelle degli stranieri, che non conoscono nessuno». Sono oltre una ventina le iniziative della Fondazione San Vito, nei campi più diversi dell’assistenza, dal microcredito ai servizi di consulenza e reinserimento, alla ricerca di alloggi. Se una grande fetta del lavoro è indirizzata all’area della legalità, un altro importante filone di impegno è sul versante interculturale. Basta fare un salto nella sede, al "Villaggio della solidarietà", per capire di cosa si tratti: nel campetto di calcio è in corso una partita tra ragazzi tunisini, mazaresi e slavi; in una delle aule dell’edificio donne con il velo e ragazze in canotta scelgono con cura tessere di marmo per realizzare mosaici sui soggetti più diversi, guidate dall’entusiasmo di Emilia Parrinello, per tutti Michi, papà mazarese e mamma piemontese; in un’altra stanza è invece la signora Naila Abouda a elargire il sapere di un’arte anti-ca: miele, sesamo, mandorle, per creare oltre 50 tipi di dolci diversi, piccole sculture di pasticceria tunisina. Sono alcune delle iniziative del progetto "Donne insieme", finalizzate sia all’inserimento lavorativo sia, soprattutto, a creare un ponte tra donne tunisine e mazaresi. «Abito qui da 7 anni, mio marito fa il giardiniere, non lavoro e il corso mi ha permesso di conoscere tante nuove amiche», dice per esempio Naoui Najeh, accompagnata dal piccolo Adam, di 2 anni e mezzo, e in attesa di un secondo figlio. È ora di pranzo e Naila ci invita a casa sua: nel giardino sul retro della casa ha costruito il forno in pietra dove prepara alcuni dei piatti della cucina tunisina. Dinanzi a un cous-cous di pesce e a un thè alla menta, racconta del progetto imprenditoriale con il quale conta di sistemare l’intera famiglia: un laboratorio di pasticceria, da gestire con i figli e il marito. «Le difficoltà non mancano, i costi sono alti», spiega Semia Ksibi, la mediatrice culturale che lavora per la Fondazione, segue le donne del progetto ed è diventata confidente di molte di loro, grazie anche alla vicinanza creata dalla condivisione dell’arabo. Eppure Naila non demorde: è cittadina italiana, vive qui da 20 anni, ha venduto un terreno in patria per investire a Mazara, perché oggi la Tunisia è diventata la terra delle vacanze, dove al massimo ritornare in età avanzata. «Qui costruiamo il futuro dei nostri figli», dice Naila, mentre il più piccolo dei tre figli, Montassar, la guarda scettico. Montassar è uno dei tanti giovani di terza generazione che faranno il futuro della città. «Quasi tutti puntano ad avere un lavoro diverso da quello dei padri», raccontano alla Fondazione le animatrici che curano il progetto "Voci del Mediterraneo", nato per far incontrare ragazzi tunisini, mazaresi e oggi anche slavi. «Molti sono in rotta di collisione con i genitori, soprattutto le ragazze», spiegano Giusy, Debora, Rossana, Annamaria e Marilena. Attraverso attività di doposcuola e laboratori di musica, danza, grafica e pittura, i ragazzi si ritrovano a lavorare insieme e a costruire un clima di convivenza. «Qui c’è amicizia e integrazione», dicono le operatrici. «Ma fuori è un altro discorso». Vittoria Prisciandaro |